Le aziende vitivinicole - Azienda Agricola "Cefalicchio" - Canosa di Puglia (BT)

Azienda Agricola "Cefalicchio" - Canosa di Puglia (BT)

Che dolcezza infantile

nella mattinata tranquilla!

C’è il sole tra le foglie gialle

e i ragni tendono fra i rami

le loro strade di seta.

(Federico Garcia Lorca)

 

Il sole è alto e scalda con impertinenza volti e muscoli di chi lavora e dei visitatori. È ottobre ma non sembra, perché l’estate costringe ancora ai margini un autunno che tarda a fare capolino. Dai campi lo sguardo si allunga sulle Murge, che qui iniziano la loro corsa, mentre in basso il Tavoliere si congiunge con le propaggini più orientali della valle dell’Ofanto; basta poco per ritemprare uno spirito già inebriato dall’odore dell’Adriatico, non lontano più di 20 km, ed abbandonarsi al dolce fragore delle sue onde. È il paesaggio geografico e mentale della Daunia, approdo leggendario di Diomede e dei trionfatori di Troia, di Illiri e Messapi, Greci e Romani, Longobardi e Bizantini, poi di Arabi, Svevi e Normanni.

L’etimo di Canosa di Puglia è tuttora oggetto di dibattito. La leggenda vuole la città fondata da Diomede, solito andare a caccia in compagnia dei suoi canes, dai quali sarebbe poi derivato l’appellativo Canusium. C’è poi chi rinviene nel nome origini ebraiche: Canosa sgorgherebbe da Chanuth, ossia “taverna”, a memoria dei ristori che adornavano l’arteria di collegamento a Foggia, attraversata sovente dagli allevatori di bestiame. Il profilo del bel centro cittadino, con l’affascinante cattedrale di San Sabino in stile bizantino, è visibile dai vigneti dell’Azienda Agricola “Cefalicchio”, ubicata nell’omonima contrada.

Il legame della famiglia Rossi con queste terre è piuttosto risalente ed è già rintracciabile nella seconda metà dell’Ottocento, allorquando la proprietà viene formalmente rilevata. Sono oltre 100 gli ettari sui quali si estendono le colture, esito di un lungo lavoro di conversione degli antichi mandorleti che, quasi da soli, occupavano lo spazio agricolo. Il frazionamento ha regalato 23 ettari alla viticoltura, mentre 25 sono quelli destinati ad ulivi, incavati in un forziere racchiuso tra il subappennino, il Tavoliere ed il mare. Nella superficie vitata trovano spazio varietà autoctone come il Nero di Troia, il Bombino, il Primitivo ed il Moscato tranese ma anche vitigni internazionali (Chardonnay e Cabernet).

Dal 1992 la storia della famiglia Rossi e dell’azienda Cefalicchio finisce sotto l’egida dell’agricoltura biodinamica. La scelta trova ragione nella volontà di riscoprirsi “autentici”, realizzando l’idea che i prodotti siano degna e fedele riproduzione della propria terra e del proprio clima, in un panorama enogastronomico sempre più inquinato dalle alterazioni e dai primi vagiti del marketing a tutti i costi aggressivo. L’approccio olistico paventato da Rudolf Steiner trova tra l’altro terreno fertile non sono nelle componenti aziendali – emblematiche nomenclatura e packaging dei vini – ma anche in quelle ambientali e culturali di un angolo di Puglia che fa da ponte per un Oriente che qui riscopre le sue radici.

Ad occuparsi quotidianamente dell’azienda è Fabrizio Rossi, agronomo e autentico lavoratore che segue in prima persona il lavoro nei campi, mentre i fratelli Nicola e Fili si dedicano rispettivamente alla parte commerciale e a quella relativa alla comunicazione. Direttore d’orchestra è invece l’affabile e sorridente Matteo Santoiemma, a capo di Cantina Ognissole, progetto aziendale in dote a Feudi di San Gregorio che si struttura in due autonome tenute, Cefalicchio appunto e Tenuta di Manduria, nel tarantino.

La nuova geografia enoica italiana ha fatto ricadere i vigneti di famiglia nelle Doc Castel del Monte e Moscato di Trani. Per ciò che attiene alla prima, una delle battaglie dell’azienda è stata quella di ridare dignità ad un vitigno come il Nero di Troia, che trova proprio nei terreni calcarei delle Murge la sua massima espressione. Originario dell’Adriatico orientale – con buona probabilità della costa albanese – il “Nero”, così chiamato perché l'elevato contenuto di polifenoli conferisce al succo una colorazione più noir che rubino, è stato sovente utilizzato quale uva da taglio in virtù di una struttura fin troppa piena ed esondante. L’innovazione, la ricerca ed il lavoro di produttori come i Rossi hanno tuttavia valorizzato l’agile versatilità di questo vitigno, tanto in versioni di pronta beva che in quelle inclini all’invecchiamento.

Il “Romanico” Cefalicchio ingentilisce gli spigoli del Nero di Troia in purezza, rivelandosi in un bouquet di frutta rossa e spezie e trasudando al palato un sincero equilibrio che culmina in un finale persistente. È un carattere che ritroviamo anche nel rosato “Ponte della Lama”, in cui morbidezza ed accoglienza sono preparate da una delicata fragranza di melograno.

Jalal al-Din Rumi era il nome dell’asceta sufi fondatore della confraternita turca della Mevleviyè, la scuola dei Dervisci Danzanti, i discepoli del sufismo che praticano la danza roteante come massima forma di raggiungimento dell’estasi mistica. “Jalal” è anche il nome del bianco aromatico da Moscato in purezza, un vino da dessert ma ideale anche per un aperitivo di mare. Naso floreale, buono spessore di acidità ed una mineralità che risente della vicinanza del mare. Non un vino da meditazione estatica, ma che per pulizia e freschezza riesce a connettere centro di coordinazione motoria, centro intellettivo e centro emozionale, proprio alla maniera del sufismo.

“L’uva vuole diventare vino” (Jalal al-Din Rumi)

Bombino bianco e Chardonnay si incontrano invece ne “La Pietraia”, giallo paglierino dall’olfatto fruttato e dalla buona rotondità al gusto. Da uve Minutolo, un vitigno autoctono a bacca bianca a lungo confuso con il Fiano, nasce invece il Blum, prodotto a Manduria, un frizzante protagonista di una seconda fermentazione in autoclave sino al raggiungimento dei 5,5% gradi alcolici.

Redazione ed editing a cura di Giovanni Apadula

Data: martedì 17 ottobre 2017