Le aziende vitivinicole - Mastroberardino Winery - Atripalda (AV)

Mastroberardino Winery - Atripalda (AV)

Quando, al culmine della guerra civile contro Gaio Mario, le truppe di Lucio Cornelio Silla occuparono anche il fazzoletto di terra tra Eclano ed Abellinum, quest’ultima non era ancora un fiorente centro abitato. Ponte naturale tra Irpinia e Sannio, già centro nell’antichità di comunità etrusche e punto di riferimento osco, il primo nucleo di Abellinum, antenata dell’odierna Atripalda, fu creato dai legionari di Silla sulla collina della Civita, a distanza di pochi km dall’odierno capoluogo. Le complesse vicende seguite alla disgregazione dell’Impero Romano d’Occidente condussero alla dispersione degli abitanti, specie in seguito alla  guerra greco-gotica che riportò l’area sotto il controllo bizantino. Durante il Medioevo il centro visse alterne fortune: dapprima possesso di un re longobardo, Troppualdo (da cui l’attuale nome, Atripalda), quindi feudo della corona e di vari signori, banchieri, rampolli.

Negli incartamenti del catasto borbonico – siamo a metà Settecento – è già possibile riscontrare il nome della famiglia Mastroberardino. Sono gli anni in cui il sovrano di Sicilia e Napoli Don Carlo di Borbone – memore dell’esperienza della Fronda francese – sposta la residenza reale a Caserta, reintroduce gli ebrei nel regno, riforma la Giunta di Commercio ed incoraggia le attività artistiche, manifatturiere ed artigianali.

Compiuta l’unità d’Italia, le attività della famiglia Mastroberardino iniziano ad infittirsi. L’azienda nasce ufficialmente nel 1878, come testimoniato dai documenti di iscrizione alla locale Camera di Commercio. Pioniere fu il Cavaliere Angelo, che fa del “feudo Tripaldo”, ossia di Atripalda, il proprio quartier generale. La scelta non è casuale: le dolci colline irpine si ergono sino ai 500/600 metri sul livello del mare, accompagnando lo sfondo dei rilievi appenninici. Il clima, che diventa più continentale man mano che si procede verso l’interno, è infatti caratterizzato da forti escursioni termiche, specie notturne.  I terreni di origine vulcanica conferiscono una accentuata mineralità ai prodotti, corroborata dalla presenza di ulteriori elementi quali lo zolfo (specie nella zona di Tufo, terra d’elezione del Greco).

Dalla cantina di Atripalda, che abbiamo visitato in compagnia dell’avvocato Sara Romano, esperta in diritto vitivinicolo, e del nostro ospite giapponese Yuki Miyata, le tenute si sono estese in tutta l’”Irpinia verde” e nel cuore della DOCG Taurasi: Montemarano, Lapio, Pietradefusi, Montefalcione, Mirabella Eclano – ove è stato realizzato l’imponente complesso alberghiero Radici Resort – ma anche Montefusco, Apice, Tufo, Santa Paolina, Santo Stefano del Sole, Petruro Irpino e versante vesuviano. A partire dagli anni ’90, inoltre, la Soprintendenza archeologica di Pompei ha affidato all’azienda il compito di ripristinare la viticoltura nella città antica. Nasce così il progetto “Villa dei Misteri”,  fondato sul recupero delle tecniche in uso presso gli antichi romani, capaci di sfruttare al meglio la miscela mineralogica presente nei terreni dell’agro pompeiano.  La capacità ingegneristica dei romani, capaci di creare drenaggi per conservare umidità e calore in giuste dosi, è il patrimonio che il progetto vuole salvaguardare e valorizzare. Le vigne odierne, a base di sciascinoso e piedirosso, hanno dato alla luce nel 2001 le prime bottiglie di “Villa dei Misteri”.

La cantina di Atripalda si presenta agli occhi del visitatore come un forziere ricolmo di tesori di ogni genere. Oltre agli impianti per la vinificazione, infatti, troviamo la bottaia, composta da una parte più antica e da una moderna, ricavata nel tufo. Di carattere biografico-agiografico è invece l’archivio delle bottiglie, di cui sono gelosamente conservate annate piuttosto datate e risalenti al primo ventennio del ‘900.

Fiori all’occhiello dell’azienda, oggi guidata da Piero Mastroberardino coadiuvato dall’enologo Massimo di Renzo,  sono il Radici Taurasi DOCG ed il Radici Taurasi DOCG Riserva, cru della casa con il Morabianca Irpinia ed il Redimore Irpinia.  Tuttavia, sul solco del motto lanciato da Piero, ossia di “guardare sempre alla tradizione ma con i fari ben puntati sull’innovazione”, ben presto arriverà in commercio il Taurasi 2014 ; già disponibile, invece, il “Neroametà”, vincitore del premio di “Miglior vino italiano in assoluto” del 2017 secondo il giudizio di Luca Maroni. Si tratta di un aglianico in purezza, vinificato in bianco per omaggiarne le qualità varietali: da uve delle tenute di Mirabella Eclano, esso resta 10 mesi sui lieviti e si affina con ulteriori 6 mesi in bottiglia. L’etichetta è stata progettata dallo stesso Piero Mastroberardino.

Si dovrà invece attendere, forse un altro anno, per assaggiare l’ultimo esperimento della casa: un monovitigno da uve aglianico con passaggio in botti in legno di ciliegio al 100%.

Data: venerdì 17 novembre 2017